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Non sono un cultore dell’horror in nessuna sua forma: non amo i libri, tantomeno le produzioni televisive. Non ho mai sinceramente compreso il motivo di aggiungere ulteriori sofferenze emotive a quelle che, già in autonomia, sopravvengono e richiedono di essere gestite.


Ho però appena letto un interessante articolo sui “progetti zombie”, ovvero tutte quelle attività che permangono nei nostri desideri senza mai vedere la luce, quelle intenzioni lasciate a metà - mezze vive e mezze morte e da qui la definizione - senza una struttura cognitiva rispettabile.
Mi sono reso conto di essere circondato di pensieri zombie e, talvolta, di esserne affetto anche io, esattamente come nei film che attentamente rifuggo.


Anche la prestigiosa rivista scientifica Nature ha dedicato un approfondimento sul tema dei pensieri zombie e in un articolo dedicato ai progetti incompiuti ha finanche suggerito una soluzione, che vorrei svelarvi però solo alla fine di questa newsletter.

Zombie

11 FEBBRAIO 2024

Gli zombie non pensano. Se c’è una cosa certa è che il pensiero non è una loro attività peculiare, seguono passivamente quello che fa la massa dei loro simili, senza il conforto della razionalità o della cognizione ed è proprio da questo approccio che nasce la definizione di pensiero zombie.
L’idea di approfondire questa definizione mi è venuta l’altra mattina leggendo i commenti seguiti ad un post pubblicato su un noto gruppo Facebook di odontoiatri: si parlava della differenza tra approccio digitale e analogico nello svolgimento della professione odontotecnica e odontoiatrica. Un tema sicuramente attuale, che merita molta attenzione e stimola un dibattito utile a chiunque operi nel settore, sennonché i pensieri zombie hanno immediatamente invaso la rete. 


“Tra dieci anni le macchine vi sostituiranno”, “Basterá un qualunque ragazzino smanettone per fare programmazioni e pianificazioni”. Per contro: “Andare contro la tecnologia ti uccide”, oppure “Il nostro lavoro è uno stato della mente”.
I post si sono susseguiti con affermazioni spesso fuori contesto e alterne contrapposizioni, stile Guelfi e Ghibellini, finché un illuminato follower ha fermato temporaneamente gli zombie scrivendo “una critica fondata sia possibile solo da chi padroneggia le 2 opzioni”.
Il filosofo Emile Chartier, scrivendo delle origini delle dispute belliche in effetti affermava: “Niente è più pericoloso di un’idea, quando è l’unica che si ha”


Di questi pensieri zombie, privi di sostegno cognitivo o razionale, il mondo odontoiatrico è invaso: basti pensare agli innumerevoli campanilismi clinici dove ci si accapiglia a sostegno di un approccio o di un altro (spesso entrambi risolutivi), in barba a ogni evidenza scientifica a riguardo. 


Le scienze comportamentali hanno studiato a fondo questi comportamenti e li hanno classificati tutti sotto il nome di bias cognitivi: oggi se ne contano centinaia e, nonostante siano di dominio pubblico, continuano a dominare i comportamenti della maggioranza delle persone.
Ritornando alla disputa sull’avvento dell’odontoiatria digitale che ha ispirato questa newsletter, ho provato ad analizzare quale fosse il bias cognitivo più attinente al comportamento degli scriventi: in realtà molti si accreditano a interpretare la disputa, ma uno su tutti ritengo sia il più appropriato.


Esiste una trappola cognitiva, nota come sunk cost bias, o bias del costo irrecuperabile. Questo bias comportamentale ci spinge a prendere decisioni basate sugli investimenti passati, piuttosto che valutare razionalmente le future opportunità.


È facile caderci, sia nella vita professionale che nella vita privata, si manifesta quando si tiene conto degli investimenti passati nelle decisioni future, anche quando tali investimenti non influenzano i risultati futuri. In altre parole, siamo inclini a continuare a investire tempo, denaro o risorse in un progetto o un'attività anche se sappiamo che non ne vale più la pena, solo perché abbiamo già investito tanto in esso.


A volte viene confuso con le zone di comfort che derivano dall’abitudine ma, in questo caso, ha implicazioni importanti sulla redditività e il successo dell’attività professionale che si persegue.


Superare questo bias richiede consapevolezza, obiettività e la capacità di concentrarsi sulle opportunità future anziché sulle esperienze, ancorché fallimentari, passate. Prendere decisioni razionali e informate richiede la capacità di guardare al di là degli investimenti passati e valutare le scelte future in base ai loro meriti intrinseci. Liberarsi dall'incatenamento del passato ci permette di adottare una prospettiva più chiara e orientata al futuro, consentendoci di fare scelte che ci avvicinano ai nostri obiettivi e alle nostre aspirazioni. La scomoda verità è che esistono investimenti non recuperabili, da cui conviene ritirarsi perché continueranno a risultare perdenti. Il problema è identificarli.


Ma qual è la soluzione che Nature propone per risolvere il problema? È la stessa dei film horror: sopprimere definitivamente i pensieri zombie che, se non venissero eliminati, rischierebbero di invaderci. La conseguenza sarebbe ripopolare il nostro mondo di pensieri e progetti sostenuti da ragione e cognizione e, forse, probabilità di vedere la luce del compimento.


Se anche voi è venuta nel frattempo nostalgia della voce di Dolores O’Riordan, cliccando qui potete riascoltare la sua versione acustica di Zombie.

Ingrandimenti è una newsletter curata da Roberto Ferrari, che esplora da vicino i fenomeni che il settore odontoiatrico sta attraversando.
Un diario di appunti, riflessioni e punti di vista maturati in 35 anni di viaggio nel mondo odontoiatrico che mi hanno reso forse più esperto, sicuramente più saggio nell’affrontare gli eventi.

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