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Stando agli ultimi dati Istat, il lessico italiano si trova da qualche anno in piena crisi. Si usano sempre le stesse parole, i sinonimi sono diventati oggetti vintage e molti termini sono già spariti dalla circolazione.
Un italiano medio porta con sé un bagaglio lessicale - ovvero i termini conosciuti - che va dalle 20 alle 50 mila parole, di queste però ne utilizza soltanto una piccola parte. Fa uso di una porzione davvero minuscola del già ristretto “vocabolario di base”, costituito da 6.500 parole, ovvero quello che viene tecnicamente chiamato “lessico fondamentale”, composto da sole 2.000 parole.
Rifacendo i conti: abbiamo 2 milioni di termini, ne conosciamo al massimo 50 mila e ne utilizziamo quotidianamente soltanto 2.000.
Insomma, usiamo parole sempre più semplici, che possono andar bene per conversare e parlare con amici e parenti, ma che in un contesto più “alto” probabilmente non possono bastare.
Oltre all’uso limitato dei termini c’è anche un reale problema di impoverimento della qualità del linguaggio che, purtroppo, impatta negativamente su diversi fattori.
Recenti studi mostrano come il QI medio della popolazione mondiale stia diminuendo, nell’ultimo ventennio, proprio a causa di questo fenomeno, invertendo di fatto una tendenza - chiamata “effetto Flynn” - che mostrava fino ad allora un costante miglioramento del Quoziente Intellettivo nel mondo.
La correlazione tra la diminuzione della conoscenza lessicale e l’impoverimento della lingua ricade direttamente sulla capacità di elaborare e formulare un pensiero complesso.
La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato) dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente, limitato al momento: incapace di proiezioni nel tempo.
Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero, oltre che comprenderlo.
Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare. E se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici.
Ma come affronta il mondo odontoiatrico questo fenomeno?
Secondo la mia esperienza si approccia in due modi diametralmente opposti, ma che ottengono lo stesso esito: il distanziamento dal paziente.
Nel primo caso c’è un allineamento della comunicazione alle derive appena descritte, delegando ai canali online buona parte dell’onere comunicativo.
Il risultato è un totale appiattimento semantico e iconografico, che rende indistinguibili - e spesso borderline con l’etica odontoiatrica - le varie proposte.
Nel secondo caso si cade nella tentazione di utilizzare termini tecnici e complessi nella speranza di qualificarsi e convincere l’interlocutore paziente.
Questa tentazione spesso è una trappola: esiste infatti un bias cognitivo noto come "effetto overjustification" che si verifica quando le persone sovrastimano - erroneamente - l'efficacia di argomenti complessi o di un linguaggio sofisticato nel convincere gli altri o nel far passare un'idea come più credibile o valida.
Questo può portare a una comunicazione inefficace e può influenzare negativamente la capacità di trasmettere informazioni in modo chiaro e comprensibile.
Quindi siamo meno intelligenti, usiamo sempre meno termini e quei pochi tendiamo a complicarli.
Quale potrebbe essere un’alternativa più efficace?
Anche qui un suggerimento, a mio parere, ci arriva dalla saggezza del passato.
Gli antichi greci coniarono la scienza “Dialogica” con l’obiettivo di analizzare e studiare le configurazioni discorsive tra esseri umani tramite l’uso del linguaggio naturale (o ordinario).
Anche nel contesto attuale emerge la necessità di adottare approcci comunicativi che favoriscano una comprensione autentica e profonda tra gli individui, per questo la Dialogica si presenta come un'alternativa promettente.
L’approccio dialogico non solo permette di superare le limitazioni dell'uso scarno del linguaggio, ma favorisce anche una comunicazione empatica e inclusiva, fondamentale per affrontare le sfide complesse del mondo contemporaneo.
Non è la straordinarietà del linguaggio e la concentrazione su quello che sappiamo che qualifica i servizi odontoiatrici che vorremmo fossero accettati, anzi l’esito è spesso opposto.
I pazienti hanno un assoluto bisogno di comprendere la realtà. Hanno necessità di capire come la loro realtà sociale e relazionale - oltre che clinica - potrà cambiare e come potranno recuperare ciò che le patologie odontoiatriche gli hanno sottratto, ad ogni livello.
In questo contesto, la comunicazione non può essere delegata e sostituita da canali digitali, non può affidarsi a terminologia complessa e spesso astratta, ma deve invece favorire una comprensione chiara e dialogica tra individui che abitano il mondo reale.
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